Spionaggio pasticcione

Alcuni funzionari dell’Amministrazione Obama ora dicono al Wall Street Journal che non era la Nsa a raccogliere i dati di milioni di telefonate europee, dal cellulare di Angela Merkel in giù, ma gli stessi servizi francesi e spagnoli – in collaborazione con gli americani, com’è normale – che nelle ultime settimane fischiettavano affettando estraneità ai fatti mentre gli ambasciatori americani venivano convocati dai governi in diverse capitali. E’ l’ultima svolta tattica di una storia che di svolte reali non ne ha né potrebbe averne.
11 AGO 20
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Alcuni funzionari dell’Amministrazione Obama ora dicono al Wall Street Journal che non era la Nsa a raccogliere i dati di milioni di telefonate europee, dal cellulare di Angela Merkel in giù, ma gli stessi servizi francesi e spagnoli – in collaborazione con gli americani, com’è normale – che nelle ultime settimane fischiettavano affettando estraneità ai fatti mentre gli ambasciatori americani venivano convocati dai governi in diverse capitali. E’ l’ultima svolta tattica di una storia che di svolte reali non ne ha né potrebbe averne, perché la raccolta di informazioni anche in casa dell’alleato è una pratica nota che suscita indignazione diplomatica – anche piuttosto interessata – quando viene allo scoperto, ma nella sostanza è un segreto di Pulcinella, un così fan tutti che abbraccia il generale Keith Alexander, che ieri è comparso davanti a una commissione del Senato, e le chiavette Usb con intruso che Vladimir Putin donava gentilmente alle delegazioni del G20 di San Pietroburgo, fino alla ditta Snowden & Greenwald che dissemina segreti di stato e impartisce lezioni di nuovo giornalismo. C’è da chiedersi se l’Europa oltraggiata per l’orwelliano scandagliare degli americani preferisce i metodi più ruspanti di un Putin o l’attivismo trasversale degli eroi dell’informazione a cui concede asilo.
L’Amministrazione Obama, va detto, non s’applica molto per fare chiarezza dove può. Il balletto delle fonti anonime per cui Obama sapeva delle intercettazioni a 35 leader mondiali, poi non sapeva più, l’ha saputo tardi, era distratto, prenderà provvedimenti, oppure li ha già presi e chissà cosa ancora è una situazione ideale per fomentare lo scandalo, questo sì, della pessima gestione del caso. Che Obama sapesse della raccolta di dati sui governi alleati è una nozione diplomaticamente complicata da maneggiare, ma che non ne sapesse nulla è un disastro di leadership senza appello. Come se non bastasse, Obama si trova la senatrice Dianne Feinstein, democratica e paladina inflessibile dello spionaggio a tappeto per scovare e fermare i cattivi, che lo scarica chiedendo una revisione totale dell’intelligence di Washington.
La Casa Bianca, il cui rapporto con il Congresso non vive i suoi giorni migliori, ha accettato di esplorare nuovi e più rispettosi metodi per lo spionaggio, ma si tratta di un accordo da inquadrare in un gioco di pose e posizionamenti, di opposte indignazioni per estorcere un risultato politico, riflesso delle minacce calcolate che l’Europa invia per ottenere una posizione di vantaggio nell’organigramma dell’intelligence internazionale.